Di Alexandr Kasperovich
Pubblicato: 21 settembre 2026
Aggiornato: 21 settembre 2026
26 min di lettura
Architettura e progetto

Renzo Piano: leggerezza, luce e dettaglio costruttivo

Copertina della guida: Dire “brutalista” non è ancora un brief

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Dire “brutalista” non è ancora un brief

Perché il nome di uno stile non arriva a destinazione, le sei variabili su cui chi modella può davvero agire, e un brief di stile da compilare in una pagina.

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Di Renzo Piano circolano quasi sempre le stesse due immagini: i tubi colorati del Beaubourg e la punta di vetro dello Shard. Prese da sole dicono poco, perché sembrano appartenere a due architetti diversi. Quello che tiene insieme sessant'anni di lavoro è una cosa molto meno fotogenica: l'ossessione per il pezzo. Il nodo, il profilo, la staffa, il modo in cui due materiali si toccano e che cosa li tiene fermi.

Il testo è diviso in due. La prima metà serve a collocare Piano con precisione: da dove viene, quali opere contano davvero e per quale motivo, quali date reggono. La seconda affronta una domanda che di solito nessuno pone: che cosa succede a «leggerezza» e «dettaglio costruttivo» quando quell'architettura deve entrare in un'immagine di sintesi. Quella parte è il nostro lavoro, e su edifici come questi è molto più complicata che su un volume massiccio.

Le due parti sono legate più di quanto sembri. Un edificio pesante porta il proprio disegno addosso: la massa e l'ombra bastano a farlo esistere in qualunque fotografia e in qualunque render. Un edificio leggero no. La sua identità sta in elementi di pochi centimetri, in una trasparenza che dipende da ciò che gli sta dietro e in un rapporto con il cielo che cambia ogni ora. Basta sbagliare una di queste tre cose e l'immagine non viene brutta: viene un altro edificio.

Una precisazione prima di cominciare, perché riguarda tutto quello che vedrà qui sotto: le immagini di questo articolo sono nostri render e non ritraggono opere di Renzo Piano, che nel nostro archivio non ci sono. Servono a mostrare gli stessi problemi tecnici — profili sottili, luce filtrata, vetro, scala — su progetti che abbiamo costruito noi e di cui possiamo dire come sono stati fatti.

Renzo Piano in breve

Renzo Piano in breve

Chi èArchitetto italiano, nato a Genova nel 1937, fra i progettisti contemporanei più conosciuti al mondo
L'opera che lo ha reso notoIl Centre Pompidou di Parigi: concorso vinto nel 1971 insieme a Richard Rogers, con Gianfranco Franchini; edificio aperto al pubblico nel 1977
Lo studioRenzo Piano Building Workshop, nato nel 1981, che oggi indica sedi a Genova e Parigi
RiconoscimentiPritzker Prize nel 1998; senatore a vita della Repubblica Italiana dal 2013
Altre opere da conoscereMenil Collection a Houston, aeroporto di Kansai a Osaka, Auditorium Parco della Musica a Roma, The Shard a Londra, Whitney Museum a New York, Centro Botín a Santander, ponte Genova San Giorgio
Il tema ricorrenteLa leggerezza: struttura ridotta a quello che serve e lasciata leggibile, luce naturale filtrata invece che subita, dettaglio costruttivo disegnato pezzo per pezzo
Perché riguarda chi fa immaginiPerché tutto ciò che rende riconoscibile questa architettura è sottile, trasparente o in controluce: le tre cose che una pipeline di render semplifica per prime

Se cercava solo la scheda, è quella qui sopra. Il resto serve a capire da dove viene quel modo di costruire e che cosa succede quando lo deve rappresentare.

Da Genova al cantiere: la formazione di un costruttore

Da Genova al cantiere: la formazione di un costruttore

Piano nasce a Genova nel 1937 in una famiglia di costruttori: il padre e poi il fratello portano avanti un'impresa edile, e l'infanzia si svolge fra cantieri, ponteggi e materiali che arrivano in cortile. È un dettaglio biografico che di solito viene raccontato come aneddoto, ma spiega meglio di qualunque manifesto perché nei suoi progetti la domanda ricorrente non è «che forma ha» ma «come sta in piedi e chi lo monta».

La formazione arriva al Politecnico di Milano, in anni in cui l'architettura italiana discute soprattutto di città e di storia. Piano prende un'altra strada: passa dallo studio di Franco Albini, dove impara che il disegno di un giunto è un progetto a sé, e poi fa esperienza all'estero, anche accanto a Louis Kahn. Da queste due scuole molto diverse tiene la stessa cosa: la fiducia nel manufatto.

L'incontro decisivo però non è con un architetto. È con Peter Rice, ingegnere della Ove Arup, con cui Piano lavora per vent'anni e senza il quale metà delle opere di cui parliamo qui non esisterebbe. È una collaborazione che ha una conseguenza precisa sul risultato: la struttura non viene dimensionata dopo, a forma decisa, ma è la forma. E quando la struttura è la forma, ogni millimetro di sezione diventa una scelta estetica.

Beaubourg: il progetto che ha spostato la linea

Beaubourg: il progetto che ha spostato la linea

Nel 1971 un concorso internazionale per un nuovo centro culturale nel quartiere parigino di Beaubourg viene vinto da due architetti giovani e quasi sconosciuti, Renzo Piano e Richard Rogers, con Gianfranco Franchini e l'ingegneria della Ove Arup. L'edificio apre nel 1977 e prende il nome del presidente che lo aveva voluto, Georges Pompidou; a Parigi però lo si chiama ancora Beaubourg, dal nome del posto.

La mossa che vince il concorso è meno «tecnologica» di quanto si racconti. Il bando chiedeva di occupare un lotto: il progetto ne lascia libera quasi la metà, in pendenza, e trasforma quel vuoto in una piazza. Il resto è la conseguenza: se metà del terreno è piazza, l'edificio deve compattarsi, e per restare libero all'interno mette fuori tutto ciò che di solito sta dentro. Struttura, scale mobili, condotte, impianti: tutto sulla facciata, ognuno con il proprio colore.

Il risultato è un edificio che si spiega da solo, e che dentro non ha praticamente nulla: piani liberi di grande luce, che in cinquant'anni sono stati riorganizzati più volte senza toccare la struttura. È la parte del progetto che ha retto meglio al tempo, molto più della polemica che accompagnò l'apertura.

Per il nostro discorso però conta un dettaglio in particolare: la gerberette. È un pezzo in acciaio fuso, lungo circa otto metri, incernierato sulla colonna: da un lato riceve la trave del solaio, dall'altro scarica su un tirante verticale esterno. Non è un profilo comprato a catalogo, è un oggetto disegnato e fuso per quell'edificio, e la sua sagoma dice esattamente dove passano le forze — più larga dove il momento è massimo, assottigliata verso le estremità. Beaubourg è famoso per i tubi colorati, ma il pezzo che lo tiene insieme è quello.

Che cosa vuol dire davvero «leggerezza»

Che cosa vuol dire davvero «leggerezza»

«Leggerezza» è la parola che accompagna Piano ovunque, ed è anche quella che si usa peggio. Non vuol dire poco materiale, non vuol dire trasparente, non vuol dire bianco. Vuol dire una cosa più precisa: che il rapporto fra il carico e la sezione che lo porta resta visibile.

Un pilastro leggero non è un pilastro sottile: è un pilastro in cui si capisce quanto poco gli serve per fare il suo lavoro. Ed è per questo che questa architettura ha bisogno di mostrare i suoi nodi. Se il punto in cui la trave appoggia sulla colonna è nascosto dentro un controsoffitto, l'informazione sparisce e resta soltanto una superficie chiara.

Da qui discendono tre conseguenze concrete, che poi sono anche le tre cose da cercare quando si guarda un edificio di questo tipo.

La struttura è dichiarata e leggibile. Colonne tonde, capriate, tiranti, forcelle, perni: gli elementi non sono nascosti né uniformati, e ciascuno ha la sezione che gli compete. Un elemento teso è sottile perché tirare costa meno materiale che spingere, e questa differenza si vede.

I giunti sono disegnati, non risolti in cantiere. In alcune costruzioni il nodo può essere risolto in cantiere; qui è la parte che si progetta per prima, spesso in prototipo al vero. È la ragione per cui questi edifici hanno un aspetto riconoscibile anche in fotografie ravvicinate dove non si vede nulla dell'insieme.

L'edificio si stacca da terra o si prolunga nel vuoto. Sollevare un volume su appoggi puntuali, far uscire una copertura oltre la facciata, lasciare che una passerella corra staccata dal muro: sono tutti modi per dichiarare che quella massa è sostenuta, e non semplicemente appoggiata.

Vale la pena dire anche la parte scomoda: la leggerezza costa. Un profilo standard si ordina, un pezzo disegnato si prototipa, si prova e si produce. Non è un'architettura povera travestita da ricca: è quasi sempre il contrario.

Render di un padiglione basso in un prato in riva a un lago: un telaio metallico bianco molto sottile sporge oltre il volume e resta vuoto, le pareti sono chiuse da pannelli a lamelle verticali chiare, una grande porta scorrevole con telaio scuro lascia vedere la cucina, sulla sinistra un pontile di legno e due barche a vela, cielo pallido e senza sole
Un nostro render, non un progetto di Piano: la leggerezza qui sta tutta nello spessore dei montanti e nel fatto che il telaio continua oltre il volume, nel vuoto. Contro un cielo pallido quei profili occupano pochi pixel, e ingrossarli «per sicurezza» sposterebbe l'edificio in un'altra categoria di peso.
La luce come materiale: la Menil Collection

La luce come materiale: la Menil Collection

Se c'è un'opera che spiega il metodo meglio del Beaubourg, è la Menil Collection di Houston, aperta nel 1987. È un museo basso, lungo, in legno e acciaio, in mezzo a un quartiere di case; da fuori non fa quasi nulla per farsi notare. Tutto il progetto sta nella copertura.

Houston è a una latitudine in cui il sole diretto è un problema, non una risorsa: brucia le opere e rende le sale invivibili. La soluzione, studiata con Peter Rice, è una sequenza di elementi curvi in cemento sottile, sospesi sotto un vetro continuo e ripetuti su tutta la lunghezza dell'edificio. Nella letteratura sull'opera vengono chiamati «foglie»: intercettano la luce che scende, la respingono verso l'alto e la restituiscono alle sale come riflesso. Nelle gallerie non arriva un raggio diretto, e la luce cambia con le nuvole.

La cosa interessante non è il risultato ma il modo in cui è stato ottenuto. La forma della foglia non è un gesto: è il profilo che serve per rimandare in alto una certa fascia di angoli solari, calcolato e poi provato al vero. La luce, in quell'edificio, è stata progettata come si progetta una trave.

Da lì in avanti quasi ogni museo dello studio è un esercizio sullo stesso tema con vincoli diversi: filtrare, orientare, distribuire. Cambiano il clima, la collezione e i materiali, ma la domanda resta quella: da dove entra la luce, quante volte rimbalza prima di arrivare sull'opera, e che cosa vede chi alza la testa.

Dettaglio della facciata di un edificio per uffici: solai orizzontali sottili leggermente curvi, vetrate continue con montanti scuri molto stretti, fioriere con vegetazione fitta lungo il bordo di ogni piano, interni illuminati di luce calda dietro il vetro e rami di bambù in primo piano contro un cielo bianco
Un nostro render: cielo bianco e luce diffusa, quindi il vetro riflette pochissimo e lascia vedere l'interno. È la condizione più semplice da leggere e la più difficile da rendere interessante: senza il verde sui bordi dei solai e senza la luce calda dietro il vetro resterebbe una griglia.
Il pezzo: il dettaglio costruttivo come unità di misura

Il pezzo: il dettaglio costruttivo come unità di misura

Nel lessico dello studio ricorre una parola che vale la pena prendere sul serio: il pezzo. Non il modulo, non l'elemento: il pezzo, cioè l'oggetto fisico che qualcuno deve produrre, trasportare e montare. La gerberette del Beaubourg è un pezzo; la foglia della Menil è un pezzo; il singolo elemento ripetuto di una grande copertura è un pezzo.

Questo cambia il modo in cui l'edificio si legge da vicino e da lontano. Da lontano si vede una superficie; ma quella superficie non è una texture, è una ripetizione di oggetti a un passo fisso. Il passo è la vera scala dell'edificio: dice quanto è grande un pannello, quindi quanto è grande la campata, quindi quanto è grande la sala.

Ha una conseguenza pratica per chiunque debba disegnare o rappresentare questa architettura. Se non ha il pezzo, non ha l'edificio: ha un volume con sopra un'immagine che gli somiglia. E la differenza si nota subito, perché il passo sbagliato fa sembrare l'edificio di un'altra dimensione, mentre un pezzo mancante fa sembrare la costruzione impossibile — cosa che l'occhio nota anche senza saperla spiegare.

C'è poi una parte del metodo che riguarda il tempo. Un pezzo si prototipa: si costruisce un frammento di facciata al vero, lo si guarda con la luce del posto, lo si corregge. È lento e costa, e sta all'origine di un fatto che a noi interessa molto: quando si arriva alle immagini, in questi progetti esistono già disegni di dettaglio veri. Sono la materia prima migliore che un visualizzatore possa ricevere, ma non sempre è disponibile.

Le opere, per famiglie di problemi

Le opere, per famiglie di problemi

Un elenco cronologico dice poco. Conviene raggrupparle per il problema che risolvono, perché è così che diventano utili anche a chi non se ne occupa per mestiere.

Grandi coperture: Kansai

L'aeroporto internazionale di Kansai, nella baia di Osaka, è aperto dal 1994 ed è costruito su un'isola artificiale. Il terminal è lungo più di un chilometro e mezzo e ha una copertura continua che non è mai uguale a sé stessa: la sezione cambia lentamente da un capo all'altro, seguendo la geometria dell'aria che deve muoversi all'interno. È l'esempio più chiaro di che cosa succede quando un edificio enorme viene costruito con un elemento piccolo ripetuto decine di migliaia di volte: la copertura è ritagliata da un toro proprio perché ogni pannello resti identico agli altri, mentre la sezione del terminal cambia lentamente verso le estremità.

Musei: la luce come programma

Dopo la Menil Collection del 1987 arrivano, fra gli altri, la Fondation Beyeler a Riehen presso Basilea nel 1997, il Whitney Museum di New York nel 2015 e il Centro Botín di Santander nel 2017. Sono edifici molto diversi — un padiglione basso fra i campi, un volume industriale a terrazze sopra la città, due gusci sospesi sopra la baia rivestiti di dischi ceramici — ma condividono la stessa impostazione: la copertura o la schermatura sono il progetto, e la pianta viene dopo.

Torri: il profilo contro il cielo

The Shard, completato a Londra nel 2012, è la torre più discussa dello studio. La sua idea è tutta nel modo in cui finisce: otto superfici vetrate inclinate che salgono senza mai chiudersi fra loro, così che in cima la sagoma resta aperta e si sfrangia contro il cielo invece di terminare con una linea netta. Le fessure fra le superfici non sono decorative: servono anche a ventilare. A New York, qualche anno prima, il grattacielo del New York Times del 2007 aveva affrontato lo stesso tema in modo opposto, con una schermatura di tubi ceramici davanti al vetro che cambia densità apparente secondo l'angolo da cui la guardi.

Infrastrutture: il ponte di Genova

Dopo il crollo del viadotto Morandi nel 2018, Piano mette a disposizione il progetto del nuovo ponte per la sua città. Il Genova San Giorgio, aperto nel 2020, è un impalcato continuo in acciaio su pile ellittiche in calcestruzzo, con una sezione che ricorda uno scafo. È un'opera che dice qualcosa sul resto del lavoro: qui non c'è nulla da esibire, e la leggerezza serve a un altro scopo — rendere la struttura ispezionabile e manutenibile, cioè fare in modo che si veda quello che va controllato.

Italia: i luoghi dove il metodo si è visto di più

In Italia il lavoro dello studio è concentrato su alcuni progetti lunghi. Il recupero del Porto Antico di Genova per le celebrazioni colombiane del 1992, con il Bigo che regge la piattaforma panoramica; la conversione della fabbrica del Lingotto a Torino, iniziata negli anni Ottanta e proseguita per due decenni; l'Auditorium Parco della Musica di Roma, inaugurato nel 2002, con tre sale rivestite di piombo disposte attorno a una cavea all'aperto; la chiesa di San Pio a San Giovanni Rotondo, aperta nel 2004, con archi in pietra di grande luce; il MUSE di Trento, del 2013, dove la copertura frammentata riprende il profilo della montagna.

Punta Nave, il Building Workshop e la Fondazione

Punta Nave, il Building Workshop e la Fondazione

Lo studio si chiama Renzo Piano Building Workshop e la parola in mezzo non è un vezzo. Nasce nel 1981 e oggi indica due sedi — Genova e Parigi — organizzate attorno a una pratica che assomiglia più a un'officina che a un ufficio di progettazione: modelli fisici in ogni fase, prototipi, prove al vero.

La sede genovese sta a Punta Nave, sopra Vesima, a ovest della città. È un edificio a terrazze che scende verso il mare, con una copertura vetrata schermata e spazi di lavoro disposti su livelli terrazzati; ci si arriva con una funicolare che sale dalla strada costiera. Vale la pena conoscerlo perché è la dichiarazione di metodo più diretta che lo studio abbia costruito: un posto in cui si lavora con luce naturale e con il mare davanti, e in cui la struttura del tetto è la prima cosa che si vede entrando.

Nello stesso luogo ha sede la Fondazione Renzo Piano, che conserva l'archivio del lavoro. La cosa che colpisce di quell'archivio è la composizione: non solo disegni, ma modelli e pezzi al vero. Dice bene che cosa in questa pratica viene considerato il documento del progetto.

C'è infine il capitolo meno noto e più italiano. Nominato senatore a vita nel 2013, Piano ha destinato lo stipendio parlamentare a un gruppo di lavoro chiamato G124, che ogni anno riunisce giovani architetti su interventi minuti nelle periferie: un pezzo di attrezzatura pubblica, un percorso, un edificio rimesso in uso. È l'altra faccia dello stesso metodo, applicata dove non c'è un pezzo speciale da fondere ma solo poche risorse da spendere bene.

Tre malintesi su Renzo Piano

Tre malintesi su Renzo Piano

Sono i tre che tornano più spesso, e tolgono di mezzo qualche discussione inutile.

«Fa architettura high-tech.» L'etichetta nasce con il Beaubourg e da lì non si è più staccata, ma descrive male tutto quello che è venuto dopo. Nello stesso studio si trovano legno lamellare, pietra, terracotta, cemento sottile, ceramica, cotto. Se l'high-tech significa qualcosa qui, non è un repertorio di tubi a vista: è l'idea che ogni componente vada progettato invece che scelto a catalogo, e quell'idea funziona anche con un mattone.

«Leggero vuol dire minimal.» È quasi l'opposto. Un dettaglio minimalista è un dettaglio che non si deve vedere: il giunto viene nascosto, il telaio annegato nel muro, la soglia sparita a filo. Un dettaglio leggero, invece, si deve leggere: la forcella, il perno, il bullone stanno in vista proprio perché raccontano come passa il carico. Sono due poetiche diverse che producono immagini diverse — e, per chi le deve costruire, due lavori diversi.

«È un architetto di grandi opere.» Lo è per dimensione dei committenti, ma non per unità di misura. La scala su cui si decide qualcosa in questi progetti resta quella del pezzo, e non cambia se il budget è quello di un aeroporto o quello di un padiglione scolastico. È anche la ragione per cui questo modo di lavorare è replicabile su progetti molto più piccoli di quelli che lo hanno reso famoso.

Perché l'architettura leggera è difficile da rendere in 3D

Perché l'architettura leggera è difficile da rendere in 3D

Da qui in avanti si parla del nostro mestiere. Nel lavoro di visualizzazione esiste una gerarchia di difficoltà che quasi nessuno si aspetta: un edificio massiccio è relativamente facile da rendere, un edificio leggero è fra i soggetti più insidiosi che esistano. La ragione è semplice. Un volume pesante è fatto di superfici grandi e di ombre grandi, e tutto ciò che lo rende riconoscibile sopravvive a qualunque semplificazione. Un edificio leggero è fatto di elementi sottili, di trasparenze e di controluce, cioè esattamente delle tre cose che una pipeline di rendering degrada per prime.

Sono sei punti. Ognuno ha una versione «sbagliata» che si vede spessissimo nelle immagini di concorso, e una decisione concreta che la evita.

1. I profili sottili sono la prima cosa che il modello ingrossa

Un montante di facciata largo cinquanta millimetri, visto da quaranta metri in un'immagine da tremila pixel di base, può occupare pochi pixel: il numero dipende anche dall'angolo di campo e dall'inquadratura. Antialiasing, denoiser e compressione possono attenuarne la leggibilità, mentre lo sharpening aumenta il contrasto dei bordi, e a quel punto la reazione istintiva è ingrossarlo per «farlo vedere». È l'errore che sposta l'edificio in un'altra classe di peso: portare un montante da cinquanta a ottanta millimetri lo rende più visibile, ma anche visivamente più pesante, e l'occhio se ne accorge anche senza misurare.

Le decisioni giuste sono tre. La prima è modellare la sezione reale e non una versione arrotondata: un profilo estruso costa poco in geometria e non c'è nessun motivo tecnico per approssimarlo. La seconda è tenere veri gli spigoli: un raggio di raccordo di mezzo millimetro o un millimetro è quello che raccoglie il colpo di luce e fa leggere il metallo come metallo; uno spigolo perfettamente vivo, in render, sparisce. La terza è la più impopolare: se a quella distanza il profilo non si legge, si cambia l'inquadratura, non il profilo. Ci sono viste in cui una facciata leggera semplicemente non si racconta, e insistere produce solo un edificio ingrassato.

Una nota tecnica che vale la pena mettere per iscritto: nessuna normal map salva un profilo sottile. Il rilievo simulato agisce sull'ombreggiatura, non sulla sagoma, e un montante è tutto sagoma. Quando il tema è la sezione, la geometria va costruita.

2. Le schermature: dove la luce diventa geometria

Frangisole, lamelle orientabili, tubi ceramici, tessuti tesi, doppie pelli: negli edifici leggeri i sistemi di schermatura fanno due lavori insieme. Possono schermare il sole diretto; solo alcune geometrie e finiture riflettono una parte della luce verso l'interno. Il secondo lavoro è quello che i render sbagliano più spesso.

La versione sbagliata si riconosce subito: la schermatura è modellata correttamente, ma dentro l'edificio si vedono strisce nere e strisce accecanti, come una veneziana fotografata male. Succede perché la scena è illuminata con un sole netto e un cielo pulito, e perché l'intradosso delle lamelle è un materiale qualunque. Nella realtà la quota di luce riflessa dipende dalla geometria e dalla finitura dell'elemento; una superficie chiara può reindirizzarne una parte verso l'interno.

In pratica: dare all'intradosso il colore e la finitura reali, alzare il numero di rimbalzi finché il gradiente interno smette di cambiare, e usare un cielo con un po' di foschia invece di un cielo terso da manuale. E poi controllare il passo: la distanza fra una lamella e l'altra è un ritmo, e se lo si sbaglia, l'edificio sembra più grande o più piccolo di quello che è, anche quando tutte le altre misure sono giuste.

3. Il vetro: fra riflesso e trasparenza c'è una sola immagine giusta

Il difetto più comune nelle immagini di edifici vetrati è una poltiglia grigio-azzurra: una superficie che non riflette niente di riconoscibile e non lascia vedere niente di preciso. Non è quasi mai colpa del materiale vetro, che nei motori attuali è corretto quasi da solo. È colpa di due assenze: davanti non c'è nulla da riflettere e dietro non c'è nulla da vedere.

Il riflesso è contenuto, non è una proprietà. Un vetro riflette alberi, edifici vicini, il cielo con le sue nuvole, e sono quelle forme a dire allo spettatore che si tratta di vetro. Una scena con il prato vuoto davanti e un cielo uniforme produce una facciata che sembra plastica lucida, qualunque sia l'indice di rifrazione impostato.

La trasparenza è la stessa storia dal lato opposto. Dietro il vetro serve un interno vero — anche grezzo: un soffitto, i corpi illuminanti, il bordo del solaio, una tenda, qualche arredo. Il rapporto fra la luminosità interna e quella esterna è la manopola che decide da che parte pende l'immagine: a mezzogiorno vince il riflesso, al crepuscolo vince la trasparenza, e a metà pomeriggio si può avere l'una in basso e l'altro in alto, che è quasi sempre la versione più credibile. Nella CGI di marketing per una villa di lusso a Toorak abbiamo lasciato gli interni visibili dal vetro, con la luce del primo mattino.

Un ultimo dettaglio che cambia molto: il vetro reale non è uno specchio perfetto. Le vetrate isolanti si incurvano leggermente per la differenza di pressione fra interno ed esterno, e questa deformazione minima spezza il riflesso pannello per pannello. Se la facciata riflette il contesto come una lastra unica e continua, l'occhio la legge come un piano di plastica, anche se non sa dire perché.

Angolo vetrato di un edificio ripreso dal marciapiede: sullo stesso vetro convivono il riflesso degli alberi e la vista dell'interno con tende chiare e pilastri, un albero in fiore a sinistra, siepi basse davanti e un'auto scura sfocata dal movimento sulla strada
Un nostro render: sulla stessa vetrata si leggono insieme il riflesso degli alberi e l'interno dell'edificio, con la trasparenza che prevale in alto e il riflesso in basso. È l'equilibrio che decide se una facciata sembra vetro o sembra plastica lucida, e dipende da cosa ha messo davanti e dietro più che dal materiale.

4. Tiranti e nervature: si vedono solo se il fondo collabora

Tiranti, cavi, forcelle, tondini, capriate sottili: sono gli elementi che dichiarano la leggerezza, e sono anche i più fragili in un'immagine. Hanno lo stesso problema dei montanti, aggravato dalla sezione tonda: un tondino non ha una faccia in ombra e una in luce, ha una sola striscia di riflesso stretta lungo tutta la lunghezza. Se quella striscia non si accende, l'elemento diventa una linea grigia identica al fondo.

Le contromosse sono di illuminazione, non di modellazione. Prendere il sole di lato e non di fronte, così che il riflesso corra lungo l'elemento invece di annullarsi. Tenere lo speculare nitido: un materiale troppo ruvido spegne l'unica informazione disponibile. E dare al cielo una variazione — un gradiente, un banco di nuvole — perché un elemento sottile si legge per stacco, e con un fondo uniforme lo stacco è costante e insignificante.

Le nervature e le costolature seguono un'altra logica ancora: si leggono per il ritmo delle ombre che proiettano sulla superficie retrostante. È una decisione da prendere prima dell'inquadratura, perché o c'è un fondo che riceve quelle ombre — e allora la struttura si racconta per ripetizione — oppure la struttura è contro il cielo, e allora esiste solo come sagoma. Sono due immagini diverse e nessuna delle due è sbagliata, ma vanno scelte.

5. La scala umana non è un elemento decorativo

In un edificio massiccio la misura la dà il materiale: la larghezza di un mattone, il passo delle tavole di una cassaforma, il corso di una pietra. In un edificio leggero non c'è niente di simile. Una parete vetrata su una maglia da un metro e mezzo ha esattamente lo stesso aspetto che sia alta tre metri o dodici, e una copertura sottile senza riferimenti può essere una pensilina o un terminal.

Per questo, in queste immagini, le persone non sono arredo: sono un dato tecnico, come lo sono un parapetto a un metro, l'alzata di un gradino, l'altezza di una porta. E non basta metterne una: la densità e il comportamento delle figure raccontano l'uso dell'edificio, e un atrio da mille persone con tre passanti sembra abbandonato anche quando è tutto corretto.

Il nostro metodo su questi progetti è di decidere le figure prima della camera, non dopo. Se sa già dove sta la gente, l'altezza dell'obiettivo e la distanza vengono di conseguenza — e non si ritrova a incollare persone in una prospettiva che le respinge.

6. Il cielo è metà del progetto

Per un edificio massiccio il cielo è uno sfondo: cambia l'atmosfera, non l'edificio. Per un edificio leggero il cielo è il materiale che sta dietro ogni elemento sottile, ed è anche la sorgente che ne definisce il contorno. Cambiare cielo, qui, vuol dire cambiare metà dell'immagine.

Le tre condizioni ricorrenti si comportano in modo molto diverso. Con cielo bianco e uniforme i profili chiari si avvicinano alla luminanza del fondo e spariscono; restano visibili solo gli elementi scuri, e la facciata diventa piatta. Con cielo azzurro e terso i profili staccano bene, ma tutto ciò che non prende il sole viene illuminato da una sorgente blu e vira al freddo: è il motivo per cui in tante immagini di edifici bianchi i sottogronda sembrano lividi. Con cielo velato o con nuvole vere si ottiene il compromesso migliore, perché il fondo cambia luminanza lungo il profilo e la sagoma resta leggibile in ogni tratto.

La conseguenza operativa è che il cielo va scelto insieme all'inquadratura, non alla fine come una texture. E se un committente chiede «un bel cielo azzurro pulito», su un'architettura leggera conviene dirlo prima: quel cielo costa metà dei dettagli, e i dettagli sono l'edificio.

Angolo di un edificio bianco contro un cielo lattiginoso: una grande vetrata con montanti sottilissimi, una fioriera con vegetazione ricadente a metà altezza e, a sinistra, la parete piena chiara che quasi si confonde con il cielo
Un nostro render con cielo bianco: la parete chiara e il cielo hanno quasi la stessa luminanza e il bordo dell'edificio a sinistra si legge appena. Quello che tiene in piedi l'immagine sono i montanti grigi e la vegetazione: con un'architettura leggera il fondale non è contorno, è metà del disegno.
Come lavoriamo su un progetto «leggero»

Come lavoriamo su un progetto «leggero»

Maverick Frame Studio è lo studio di visualizzazione che Dim Kuzmenko e Alexandr Kasperovich hanno fondato e che oggi guidano insieme. Quando la leggerezza è il tema di un progetto, all'inizio il modello tridimensionale non ci interessa: chiediamo le sezioni di dettaglio in scala, l'abaco dei profili, il passo delle lamelle, la maglia dei serramenti. Sono documenti da raccogliere e consegnare a chi costruisce le immagini. Senza, la facciata resta una griglia con un vetro sopra, e il carattere dell'edificio finisce in coda alla lista, dove ogni correzione è cara.

Poi si stabiliscono quante viste e a quale distanza, e su questi edifici si può valutare una coppia di viste. Un campo lungo che tiene l'edificio nel contesto, con il cielo scelto per il profilo e non per l'atmosfera, e un ravvicinato su un nodo: un attacco a terra, una testata di copertura, la spalla di un serramento. È lì che il progetto si difende davanti a un pubblico tecnico, e nessuna vista d'insieme, per quanto curata, permette di giudicare una sezione o un giunto.

Render grigio senza materiali di un interno a doppia altezza: un albero alto in una vasca d'acqua, parapetti in vetro, una scala a gradini sospesi, una grande apertura rettangolare nel solaio verso il piano superiore e vetrate scorrevoli su un prato
Un nostro render in grigio, senza materiali e senza colore: è la fase in cui si approvano inquadratura, volumi e luce. Se uno spazio regge così, con le sole ombre a raccontare gli spessori dei solai e dei parapetti, reggerà anche dopo, quando arrivano vetro e legno.

L'ordine di lavoro resta quello che usiamo su tutto: prima il grigio, per fissare inquadratura, volumi e luce mentre modificarli non costa niente; poi i materiali; la luce definitiva per ultima, perché è la variabile che cambia più cose in una volta sola. Il brief lo teniamo corto e concreto: dove finiranno le immagini, chi dovrà dire di sì, che cosa è già deciso e che cosa no. Rendering e modellazione partono da 39 € l'ora, o 30 € l'ora con un abbonamento continuativo; animazione, contenuti FOOH e tour virtuali partono da 45 € l'ora, o 35 € l'ora in abbonamento. Su un'architettura leggera dedicare più tempo al brief può aiutare a limitare le revisioni.

Questo modo di lavorare nasce dai progetti in cui l'immagine deve reggere davanti a una commissione o a una giuria, ed è il motivo per cui abbiamo raccolto a parte come affrontiamo concorsi, permessi e presentazioni con gli architetti e gli studi di progettazione: lì il problema non è mai fare un'immagine bella, ma fare l'immagine che risponde alla domanda di chi la guarderà.

Un'ultima nota per chiudere il cerchio. Tutto quello che ha letto sopra vale al contrario per l'architettura che dichiara il peso invece di nasconderlo: lì il problema non sono i profili sottili ma la superficie, la tessitura e il modo in cui il grigio prende il colore del cielo. Lo abbiamo raccontato nell'articolo sull'architettura brutalista, che è l'esatto rovescio di questo.

Primo piano del volante di un'auto sportiva di lusso, con lo stemma centrale illuminato di taglio

Ha un progetto che vive di dettagli?

Ci mandi i disegni che ha già: sezioni di dettaglio, abaco dei profili, modello. Le rispondiamo con quante viste servono, con che luce, a che costo e in quanto tempo.
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Ritratto in bianco e nero di Alexandr Kasperovich, con occhiali e polo grigia, su fondo bianco

Alexandr Kasperovich

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Chi è Renzo Piano?

È un architetto italiano nato a Genova nel 1937, cresciuto in una famiglia di costruttori e formatosi al Politecnico di Milano. Si fa conoscere nel 1971 vincendo con Richard Rogers il concorso per il Centre Pompidou di Parigi, aperto nel 1977. Dal 1981 lavora con il Renzo Piano Building Workshop, studio che oggi indica sedi a Genova e Parigi. Ha ricevuto il Pritzker Prize nel 1998 ed è senatore a vita della Repubblica Italiana dal 2013.

Qual è l'opera più famosa di Renzo Piano?

Il Centre Pompidou di Parigi, chiamato anche Beaubourg dal nome del quartiere. Il concorso viene vinto nel 1971 da Piano e Richard Rogers con Gianfranco Franchini e l'ingegneria della Ove Arup, e l'edificio apre nel 1977. L'idea è lasciare libera quasi metà del lotto come piazza e portare all'esterno struttura, impianti e percorsi, così che l'interno resti una piattaforma senza vincoli.

Che cosa ha progettato Renzo Piano in Italia?

Fra le opere italiane più note: il recupero del Porto Antico di Genova per le celebrazioni del 1992, con il Bigo; la conversione della fabbrica del Lingotto a Torino, avviata negli anni Ottanta; l'Auditorium Parco della Musica di Roma, inaugurato nel 2002; la chiesa di San Pio a San Giovanni Rotondo, aperta nel 2004; il MUSE di Trento, del 2013; e il ponte Genova San Giorgio, aperto nel 2020 dopo il crollo del viadotto Morandi.

Che cos'è il Renzo Piano Building Workshop?

È lo studio fondato nel 1981, con sedi a Genova, Parigi e New York. La sede genovese si trova a Punta Nave, sopra Vesima: un edificio a terrazze che scende verso il mare, con copertura vetrata schermata, raggiungibile con una funicolare. Nello stesso luogo ha sede la Fondazione Renzo Piano, che conserva l'archivio del lavoro fatto di disegni, modelli e pezzi al vero.

Che cosa significa «leggerezza» nell'architettura di Renzo Piano?

Non significa poco materiale né superfici trasparenti, ma che il rapporto fra il carico e la sezione che lo porta resta visibile. Ne derivano tre caratteri ricorrenti: la struttura è dichiarata e leggibile invece di essere rivestita; i giunti sono disegnati e spesso provati in prototipo al vero, quindi restano in vista; e il volume si stacca da terra o si prolunga nel vuoto per dichiarare di essere sostenuto. È un modo di costruire che può richiedere lavorazioni su misura, prototipi e prove al vero.

Che cos'è la gerberette del Centre Pompidou?

È il pezzo in acciaio fuso che regge i solai del Beaubourg. Incernierata sulla colonna, riceve da un lato la trave del piano e dall'altro scarica su un tirante verticale esterno; la sua sagoma si allarga dove la sollecitazione è massima e si assottiglia verso le estremità. Non è un profilo di catalogo ma un oggetto disegnato e fuso per quell'edificio, ed è l'esempio più chiaro di che cosa significhi progettare il dettaglio costruttivo pezzo per pezzo.

Perché un'architettura leggera è difficile da rendere in 3D?

Perché tutto ciò che la rende riconoscibile è sottile, trasparente o in controluce. I profili di pochi centimetri possono occupare pochi pixel, a seconda dell'angolo di campo e dell'inquadratura e la tentazione di ingrossarli cambia il peso apparente dell'edificio; le schermature possono riflettere parte della luce, secondo geometria e finitura; senza luce diffusa sufficiente possono produrre forti contrasti; il vetro sembra plastica se davanti non c'è nulla da riflettere e dietro nulla da vedere; tiranti e nervature esistono solo se il fondo li stacca; senza figure umane manca il righello; e il cielo, per questi edifici, non è uno sfondo ma metà del disegno.

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