L'architettura brutalista è l'unica corrente del Novecento di cui si continua a discutere come se fosse una questione morale. Si demolisce o si vincola, si detesta o si difende, e in mezzo c'è pochissimo. La ragione sta quasi tutta in un materiale: il calcestruzzo lasciato grezzo, senza intonaco e senza rivestimento, con addosso il segno delle tavole dentro cui è stato gettato.
Questo testo fa due cose. Prima ti dà quello che serve per riconoscere e collocare un edificio brutalista: da dove viene il termine, che cosa lo distingue dal razionalismo, quali edifici italiani vale la pena guardare e perché in Italia la parola ha una carica negativa che altrove non ha. Poi entra nella parte che di solito manca, e che è il nostro mestiere: perché il calcestruzzo a vista è difficile da fotografare e ancora più difficile da rendere in 3D.

Le due parti sono legate. Un edificio brutalista si salva o si demolisce anche in base a come viene visto, e il calcestruzzo è il materiale che più di ogni altro cambia carattere secondo l'ora, il cielo e l'esposizione. Chi lavora su un progetto di recupero, su un concorso o su una scheda di vendita se ne accorge subito: la stessa facciata, in due immagini diverse, sembra due edifici diversi.
Il brutalismo in breveIl brutalismo in breve
| Che cos'è | Una corrente architettonica affermatasi fra gli anni Cinquanta e i primi anni Settanta, riconoscibile per il calcestruzzo lasciato a vista, i volumi massicci e la struttura resa leggibile invece che nascosta |
| Da dove viene il nome | Dal francese béton brut, «calcestruzzo grezzo»: l'espressione con cui Le Corbusier indicava il cemento lasciato com'esce dalla cassaforma. Non dall'aggettivo «brutale» |
| Quando | Dal dopoguerra ai primi anni Settanta nel mondo anglosassone; in Italia la stagione si apre a metà anni Cinquanta e alcuni cantieri arrivano fino agli anni Ottanta |
| Materiali | Calcestruzzo gettato in opera o prefabbricato, mattone a vista, acciaio, vetro. Finiture ridotte al minimo: il colore dell'edificio è il colore del materiale |
| In Italia | Una linea propria, costruita su chiese, università, edifici pubblici e grandi complessi di edilizia residenziale, più che su un manifesto teorico |
| Perché divide | Perché invecchia in modo visibile se la manutenzione manca, e perché è legato a una stagione politica ed economica su cui il giudizio non è mai stato neutro |
Se cerchi solo la definizione, è quella della prima riga. Il resto dell'articolo serve a distinguere il brutalismo da tutto ciò che gli somiglia — e a capire che cosa succede a quel materiale quando finisce dentro un'immagine.
Che cos'è l'architettura brutalistaChe cos'è l'architettura brutalista
Il brutalismo non è un repertorio di forme: è un atteggiamento verso il materiale e verso la struttura. Un edificio brutalista mostra come è fatto. La struttura portante non viene rivestita, gli impianti e i percorsi verticali spesso vengono dichiarati all'esterno come corpi autonomi, e la superficie conserva le tracce del processo costruttivo invece di cancellarle.
La formulazione critica più citata è quella di Reyner Banham, che nel 1955 pubblica su «The Architectural Review» il saggio The New Brutalism e nel 1966 gli dedica un libro. Banham riassume l'atteggiamento in tre condizioni: l'edificio deve essere memorabile come immagine, deve esibire chiaramente la propria struttura e deve valorizzare i materiali «così come sono». Sono tre criteri utili proprio perché nessuno dei tre nomina il calcestruzzo.
Da qui discende la differenza che conta di più nella pratica. Grigio e squadrato non basta: un edificio per uffici degli anni Ottanta rivestito in pannelli grigi non è brutalista, perché il pannello nasconde ciò che sta dietro. Un edificio brutalista, al contrario, non ha quasi nulla fra la struttura e chi guarda.
Da dove viene la parola «brutalismo»Da dove viene la parola «brutalismo»
Il malinteso italiano è quasi automatico: «brutalista» suona come «brutale», e per molti lettori la questione è chiusa prima di cominciare. L'origine però è tecnica. Le Corbusier chiama béton brut, cioè calcestruzzo grezzo, il cemento lasciato come esce dal cassero, con le venature del legno e i giunti dei pannelli in vista: è quello che usa nell'Unité d'Habitation di Marsiglia, costruita fra il 1947 e il 1952.
Il termine inglese New Brutalism circola invece nei primi anni Cinquanta attorno ad Alison e Peter Smithson, ed è utile ricordare che il loro edificio manifesto, la scuola di Hunstanton completata nel 1954, non è in calcestruzzo: è in acciaio e mattone, con gli impianti lasciati a vista. Il brutalismo, all'inizio, non è un materiale ma una regola di onestà costruttiva. Il calcestruzzo diventa la sua faccia pubblica dopo, perché è il materiale che quella regola rende più evidente.
Vale la pena tenere insieme le due radici. Se prendi solo béton brut, il brutalismo diventa una questione di cemento e ti perdi le opere in mattone e acciaio. Se prendi solo la linea inglese, ti perdi il motivo per cui in mezzo mondo il brutalismo è diventato sinonimo di calcestruzzo.
Perché nasce nel dopoguerraPerché nasce nel dopoguerra
La stagione brutalista coincide con una condizione economica precisa: si deve costruire molto, in fretta, con budget pubblici e con una filiera di finiture che in molti Paesi semplicemente non esisteva più. Il cemento armato risponde a tutte e tre le richieste, perché si produce in cantiere e non richiede una catena di lavorazioni successive: quando il cassero viene tolto, l'edificio è finito.
La committenza è quasi sempre pubblica — scuole, università, ospedali, sedi amministrative, edilizia residenziale sovvenzionata — e questo spiega anche la scala. Non sono edifici pensati per essere venduti a un cliente alla volta: sono programmi, con centinaia di alloggi o migliaia di studenti, e la ripetizione dell'elemento è parte del progetto, non un difetto.
A questa condizione materiale si aggiunge un'idea. Mostrare com'è fatto un edificio invece di truccarlo era una posizione etica, in aperta polemica con l'architettura di rappresentanza. È il motivo per cui il brutalismo non produce quasi mai facciate simmetriche e gerarchizzate: la facciata registra ciò che accade dietro.
La stagione si chiude fra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Cambiano il clima politico e il costo dell'energia, arrivano i primi conti della manutenzione mancata, e il linguaggio postmoderno offre alla committenza esattamente ciò che il brutalismo aveva rifiutato: colore, citazione, decoro.
Come si riconosce un edificio brutalistaCome si riconosce un edificio brutalista
Ci sono cinque segni che, presi insieme, non lasciano molti dubbi. Presi uno alla volta, invece, ingannano quasi sempre.
La superficie porta il segno dello stampo. Venature del legno, fughe fra tavola e tavola, giunti dei pannelli, e soprattutto la griglia regolare dei fori lasciati dai distanziali delle casseforme. Quei fori tondi, tappati e allineati, sono la firma del getto in opera: nessun rivestimento li ha mai imitati.
Le aperture sono arretrate. Non forate nel filo del muro, ma incassate dentro uno spessore, spesso dentro un imbuto obliquo. È la ragione per cui un edificio brutalista ha un'ombra propria anche quando il cielo è coperto.
I volumi sono composti, non disegnati. Scale, ascensori, cavedi e aule vengono trattati come corpi distinti che si accostano e si scavalcano. Il profilo superiore è quasi sempre irregolare, perché registra funzioni diverse.
Mancano gli elementi di raccordo. Cornici, davanzali sporgenti, scossaline, zoccolature: o non ci sono, oppure sono enormi e dichiarati. Il brutalismo non ammette l'elemento che serve solo a nascondere un giunto.
Il colore è quello del materiale. Non c'è una tinta scelta a parte. Le uniche eccezioni cromatiche sono elementi tecnici — parapetti, serramenti, tubazioni — spesso in colori saturi proprio per staccare dal grigio.

Il controllo più rapido è mentale: prova a togliere il calcestruzzo e a immaginare lo stesso edificio intonacato di bianco. Se regge, probabilmente non era brutalista ma un edificio moderno costruito in cemento. Se diventa incomprensibile, il materiale stava facendo il lavoro.
Che cosa lo distingue dal razionalismo e dal cemento contemporaneoChe cosa lo distingue dal razionalismo e dal cemento contemporaneo
Sono le due confusioni che si ripetono, e si sciolgono guardando la superficie.
Il razionalismo degli anni Venti e Trenta lavora per volumi netti e superfici lisce: intonaco bianco, spigoli puliti, struttura in cemento armato che però resta nascosta sotto la finitura. La struttura c'è e determina la pianta, ma non si vede. Il brutalismo fa il contrario: usa lo stesso telaio e lo mette in mostra, insieme al peso. Detto in modo brutale: il razionalismo è un edificio che sembra leggero, il brutalismo è un edificio che sembra pesante.
Il cemento a vista contemporaneo è invece un problema di finitura. Oggi il calcestruzzo faccia a vista si ottiene con casseri metallici o in multistrato fenolico, si controlla il colore dell'impasto, si progettano i giunti come un disegno, e il risultato è una superficie liscia e regolare che costa più di un intonaco. È béton brut come immagine, ma non ha niente della logica economica che aveva generato il brutalismo.
C'è anche una terza famiglia che in Italia viene spesso assorbita nel brutalismo e non le appartiene: le grandi strutture in cemento armato di matrice ingegneristica, le coperture nervate e i sistemi prefabbricati che portano il nome di Pier Luigi Nervi. Lì il cemento è a vista perché la struttura è la forma, non perché si sia scelto di non rivestirla. Ha un'altra genealogia, anche quando l'effetto visivo si assomiglia.
Il calcestruzzo a vista: la cassaforma decide tuttoIl calcestruzzo a vista: la cassaforma decide tutto
Il calcestruzzo non ha una superficie propria. Prende quella dello stampo, e per questo l'aspetto di un edificio brutalista è deciso in cantiere prima ancora che nel disegno: tavole di abete grezze lasciano venatura, nodi e fughe; il multistrato lascia una superficie chiusa con il segno dei pannelli; i casseri metallici lasciano una superficie quasi liscia, con le sole giunzioni a raccontare la sequenza.
Al getto si aggiungono le lavorazioni successive, che nel brutalismo sono parte del linguaggio. La più nota è la bocciardatura: la superficie viene scalpellata dopo la maturazione per rompere la pelle di cemento ed esporre l'inerte, cioè la ghiaia. Il risultato è una superficie ruvida che assorbe la luce e nasconde le imperfezioni del getto — ed è il motivo per cui certi complessi, come il Barbican a Londra, hanno un grigio molto più profondo e granuloso di altri.
Poi c'è tutto quello che il cantiere non riesce a controllare e che finisce per essere il carattere dell'edificio: le riprese di getto fra una giornata e l'altra, i piccoli disallineamenti fra pannelli, le colature di boiacca ai giunti, le bolle d'aria rimaste contro il cassero. Un prospetto brutalista è un documento del proprio cantiere.

L'ultima variabile è il tempo. Il calcestruzzo a vista non ha una finitura sacrificale da rifare ogni dieci anni: quello che vedi è la struttura. Dove l'acqua scorre lascia strisce chiare, dove ristagna forma biofilm scuro, e le due cose insieme disegnano sulla facciata una mappa della pioggia degli ultimi decenni. È la ragione tecnica per cui il brutalismo «invecchia male»: non perché il materiale ceda, ma perché registra tutto.
Il brutalismo italiano: una linea propriaIl brutalismo italiano: una linea propria
In Italia il brutalismo non arriva come importazione tardiva. Si innesta su una cultura del cemento armato già matura e su una committenza pubblica che negli anni Sessanta costruisce moltissimo. Il risultato è una linea meno dottrinale di quella inglese, con pochissimi manifesti e molti edifici: chiese, università, sedi amministrative e soprattutto grandi complessi residenziali.
Il punto di partenza: Milano, anni Cinquanta
L'edificio che la critica indica come inizio del brutalismo italiano è l'Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittorio Viganò, costruito a Milano fra il 1953 e il 1957. Era un collegio per ragazzi difficili, ed è tutto quello che il brutalismo dichiara di essere: struttura in cemento a vista lasciata leggibile, corpi sospesi e a sbalzo, elementi metallici dipinti in contrasto con il grigio. È anche uno dei casi di abbandono più discussi del Paese, rimasto per decenni in attesa di un recupero.
Le chiese, dove il cemento è stato accettato prima
La committenza religiosa italiana degli anni Sessanta accoglie il calcestruzzo a vista con meno resistenza di quella civile, perché in quel contesto la povertà del materiale non è un difetto ma un argomento. Il caso più noto è la chiesa di San Giovanni Battista di Giovanni Michelucci, costruita fra il 1960 e il 1964 a Campi Bisenzio, vicino a Firenze, per i cantieri dell'Autostrada del Sole: pietra e calcestruzzo lasciati insieme a vista, con una copertura tesa e irregolare e la struttura sempre esposta.
Dello stesso Michelucci è la grande chiesa di Longarone, nata dopo il disastro del Vajont e portata a termine negli anni Settanta: una massa di calcestruzzo con una rampa che sale sulla copertura, uno degli edifici in cui il peso del materiale è dichiaratamente parte del significato.
L'università come programma
Il campo in cui il brutalismo italiano dà i risultati più solidi è quello universitario. I collegi realizzati da Giancarlo De Carlo a Urbino a partire dal 1962 dispongono corpi in calcestruzzo lungo un pendio, seguendo il terreno invece di livellarlo, con una scala che resta domestica nonostante la dimensione complessiva. È il contrario dell'edificio-oggetto, e resta un riferimento anche per chi il brutalismo non lo ama.
Su una scala diversa lavora il progetto per l'Università della Calabria, vinto nel 1973 da un gruppo guidato da Vittorio Gregotti: un campus impostato su una spina lineare sospesa, che attraversa le valli invece di adattarvisi. Qui il calcestruzzo non è una superficie ma un'infrastruttura.
L'edilizia residenziale pubblica, il capitolo che pesa di più
È qui che in Italia la parola «brutalismo» ha preso la sua carica negativa. Il Monte Amiata al Gallaratese, a Milano, realizzato fra il 1967 e il 1974 su progetto di Carlo Aymonino con un corpo di Aldo Rossi, è il caso più riuscito: percorsi sopraelevati, un teatro all'aperto fra i corpi, e una tensione volutamente irrisolta fra le due mani che lo hanno disegnato.
Poi ci sono i grandi complessi che tutti citano. Il Corviale a Roma, progettato da un gruppo guidato da Mario Fiorentino a partire dal 1972 e costruito nella seconda metà del decennio, è un unico edificio lungo quasi un chilometro. Rozzol Melara a Trieste, cantiere fra il 1969 e i primi anni Ottanta, è un quadrilatero che racchiude una piazza coperta. Lo ZEN 2 di Palermo nasce da un progetto del 1969 di un gruppo guidato ancora da Gregotti. Le Vele di Scampia, a Napoli, disegnate da Franz Di Salvo e costruite fra gli anni Sessanta e Settanta, sono state in gran parte demolite a partire dal 1997.
Su questi complessi il giudizio corrente confonde due cose. Il progetto architettonico ha responsabilità reali — dimensione, percorsi interni difficili da controllare, distanza dal resto della città — ma quasi tutti i problemi che hanno reso quei nomi sinonimo di degrado vengono da ciò che non è mai arrivato: i servizi previsti, i collegamenti, la manutenzione ordinaria. Un edificio in calcestruzzo a vista senza manutenzione non si rovina più in fretta di un altro, ma lo mostra molto prima.
Vale la pena mettere accanto il controesempio, sempre di De Carlo: il Villaggio Matteotti a Terni, realizzato fra il 1969 e il 1975, costruito coinvolgendo gli abitanti nella definizione degli alloggi. Stessa stagione, stesso materiale, esito sociale diverso. Non è il calcestruzzo a decidere.
Perché il brutalismo divide ancoraPerché il brutalismo divide ancora
Le due posizioni sono entrambe argomentate, e conviene conoscerle tutte e due prima di presentare un progetto che ha a che fare con questi edifici.
Gli argomenti di chi lo rifiuta
Il primo è visivo e non va liquidato: il calcestruzzo a vista invecchia in modo evidente, e un edificio trascurato per vent'anni comunica abbandono anche quando è strutturalmente sano. Il secondo è urbano: la scala di questi complessi è quasi sempre estranea al tessuto storico italiano, fatto di isolati piccoli e di strade strette. Il terzo è tecnico e in buona parte fondato: le costruzioni di quella stagione hanno ponti termici diffusi e prestazioni energetiche pessime, perché sono state pensate quando l'energia costava poco.
Il quarto argomento è politico, e in Italia è quello decisivo: molti di questi edifici sono diventati il simbolo visivo dell'edilizia pubblica degli anni Settanta e di tutto quello che non ha funzionato. Non è un giudizio sull'architettura, ma è quello che il pubblico vede.
Gli argomenti di chi lo difende
Il primo è che questi edifici, dentro, sono spesso molto migliori di quanto lascino immaginare da fuori: altezze generose, doppie esposizioni, percorsi articolati, luce controllata da spessori invece che da tende. Il secondo è la coerenza: c'è un rapporto diretto e verificabile fra come l'edificio è fatto e come si presenta, che l'architettura successiva ha spesso perso.
Il terzo argomento è il più recente ed è quello che sta cambiando davvero le decisioni: demolire una struttura in cemento armato ancora sana e ricostruirne un'equivalente significa buttare via il carbonio già speso e spenderne dell'altro. Su edifici di queste dimensioni il conto è enorme, e per la prima volta pesa quanto il gusto.
Demolizione, vincolo e seconda vitaDemolizione, vincolo e seconda vita
Il caso simbolico è inglese: Robin Hood Gardens a Londra, complesso residenziale degli Smithson completato nel 1972, è stato demolito a partire dal 2017 nonostante una campagna internazionale per salvarlo. Un frammento di facciata è stato acquisito dal Victoria and Albert Museum, che lo conserva come pezzo di collezione: un edificio abitato diventa un reperto museale, il che dice bene quanto la discussione fosse arrivata al limite.
Dal 2015 il Deutsches Architekturmuseum porta avanti #SOSBrutalism, un censimento pubblico degli edifici brutalisti a rischio in tutto il mondo, con una parte italiana consistente. È il segno che il problema è di conoscenza prima che di gusto: molti di questi edifici vengono abbattuti mentre quasi nessuno li ha mai visti documentati bene.
In Italia la questione si pone in termini diversi, perché i grandi complessi sono abitati e la strada praticabile è il riuso: efficientamento dell'involucro, rifacimento degli spazi comuni, inserimento dei servizi mancanti. E qui torna il tema visivo, perché un intervento di questo tipo va approvato da amministrazioni e abitanti che partono da un pregiudizio netto. La prima cosa che serve non è il rendering del progetto finito: è un'immagine dell'edificio esistente che ne mostri la qualità reale.
Brutalismo storico e neobrutalismoBrutalismo storico e neobrutalismo
Da qualche anno «brutalista» è anche un'etichetta di gusto. Compare negli interni in cemento e microcemento, nelle case unifamiliari con pareti in béton brut, nella grafica e nelle interfacce dette «neobrutaliste» — bordi duri, nessuna ombra morbida, tipografia pesante. È un fenomeno diverso da quello architettonico e conviene tenerlo distinto.
La differenza sostanziale è di causa. Nel brutalismo storico il calcestruzzo grezzo era una conseguenza: quel materiale, quel budget, quella committenza. Nel neobrutalismo è una scelta di finitura, quasi sempre più cara delle alternative, e la superficie viene controllata fino all'ultimo giunto proprio per ottenere ciò che allora nasceva da sé.

Questo ha una conseguenza pratica quando si costruisce un'immagine. Il pubblico riconosce «brutalista» in un'estetica, non in un sistema costruttivo: superficie grigia, spigoli duri, ombre nette. Se stai presentando un intervento su un edificio degli anni Settanta, quella aspettativa lavora contro di te, perché l'edificio reale ha una superficie molto più sporca e molto più viva di quella dell'immaginario.
Perché il calcestruzzo è difficile da fotografarePerché il calcestruzzo è difficile da fotografare
Chiunque abbia provato a fotografare un edificio brutalista con il telefono se n'è accorto: il risultato non somiglia a quello che si vedeva sul posto. Non è un problema di attrezzatura, sono quattro caratteristiche del materiale che si sommano.
La gamma dinamica è enorme. Un prospetto brutalista mette nella stessa inquadratura logge profonde, sottogronda scuri e superfici piene al sole. La differenza fra il punto più chiaro e il punto più scuro supera quello che un'esposizione singola riesce a tenere: o si bruciano i pieni o si chiudono le ombre.
Il grigio contro il grigio non stacca. Con cielo coperto e calcestruzzo chiaro le luminanze si avvicinano e il profilo si indebolisce fino a sparire. Per questi edifici il cielo conta più che per qualunque altro: decide se c'è un'immagine oppure no.
Tessitura e volume chiedono due luci opposte. La luce radente, bassa e quasi parallela alla facciata, fa apparire il segno delle casseforme e ogni imperfezione del getto, ma appiattisce il volume perché riduce le differenze fra i piani. La luce diffusa descrive bene i volumi e le profondità, ma cancella completamente la tessitura. Sono due fotografie diverse, e chiedere a una sola immagine di fare entrambe le cose è l'errore più comune.
Senza una figura umana il calcestruzzo non ha misura. Non c'è mattone, non c'è modulo di serramento, non c'è quasi mai una tegola: l'unico righello di un prospetto in calcestruzzo a vista è la larghezza delle tavole della cassaforma, e la si legge soltanto abbastanza da vicino. È il motivo per cui una persona in scena, in queste immagini, non è un elemento decorativo ma un dato tecnico.

Da qui viene anche la ragione per cui tanta fotografia di brutalismo è in bianco e nero. Non è solo una scelta di stile: togliere il colore elimina la variabile più instabile del materiale, cioè il fatto che il grigio del calcestruzzo cambia tinta con il cielo, e lascia in campo solo massa e ombra.
Perché in render è ancora più difficilePerché in render è ancora più difficile
In fotografia almeno il materiale esiste. In un render il calcestruzzo va costruito, e ogni sua proprietà va decisa: colore, ruvidità, rilievo, sporco, variazione. Sono cinque punti in cui le immagini di edifici in cemento sbagliano quasi sempre allo stesso modo.
Il grigio va in blu, e non è un errore di calcolo
Il calcestruzzo è un materiale quasi neutro e molto diffusivo: restituisce il colore di ciò che lo illumina. Sotto un cielo limpido, tutto ciò che non prende il sole diretto è illuminato dalla volta celeste, cioè da una sorgente azzurra, e il grigio vira al blu. In fotografia il fenomeno viene attenuato dal bilanciamento del bianco della macchina; in render non c'è nulla che lo attenui, quindi esce con tutta la sua forza e il cliente commenta che «il cemento è viola».
I rimedi sono tre, in ordine di correttezza. Aggiungere al contesto una superficie che rimandi luce calda — terra, ghiaia, un pavimento chiaro — perché è quello che succede nella realtà. Scegliere un cielo meno saturo, cioè con foschia, invece di un cielo terso da manuale. Correggere la temperatura colore in post, sulle ombre e non sull'immagine intera. Il rimedio sbagliato è scaldare l'albedo del materiale: al sole diretto quella stessa superficie diventa gialla.
Il segno delle casseforme esiste solo se la luce lo taglia
L'impronta delle tavole è un rilievo di pochi millimetri. Modellata come normal map o displacement, si vede soltanto quando la luce arriva quasi parallela alla superficie; con il sole frontale scompare del tutto e il prospetto diventa una campitura piatta. La conseguenza operativa è che la tessitura va decisa insieme all'ora del giorno, non prima: se la vista chiave è a mezzogiorno, il carattere del materiale deve stare nella variazione di colore e di ruvidità, non nel rilievo.
Una texture ripetuta si riconosce a colpo d'occhio
Un getto in opera è discontinuo per costruzione: pannelli di dimensione finita, riprese fra una giornata e l'altra, tonalità che cambiano con l'impasto e con il tempo di maturazione. Una sola texture ripetuta su tutta la facciata legge come carta da parati, e su un edificio brutalista si nota subito perché la superficie è tutto quello che c'è. Serve variazione su due scale: macchie di tono grandi quanto una campitura di getto, e disturbi piccoli — bolle, sbavature ai giunti, spigoli lievemente irregolari.
I fori dei distanziali sono il dettaglio che convince
Se c'è un solo dettaglio che vale la pena modellare davvero, è la griglia dei fori lasciati dai distanziali, allineata con i giunti dei pannelli. È la firma del getto in opera, è regolare quindi si nota, e nei modelli fatti in fretta manca sempre. Da sola fa passare una facciata da «superficie grigia» a «calcestruzzo».
Lo sporco è informazione, non degrado
Su un edificio nuovo le colature non ci sono ancora. Su un edificio degli anni Settanta ci sono, e sono parte di come quell'edificio viene riconosciuto. Se il render rappresenta un intervento su un complesso esistente, restituirlo perfettamente pulito non è un'idealizzazione innocua: chi lo abita non riconosce il proprio edificio e smette di credere all'immagine. Meglio tenere le tracce e mostrare che cambia altro.

Come lavoriamo su un progetto in calcestruzzo a vista
Maverick Frame Studio è uno studio di visualizzazione fondato da Dim Kuzmenko, e su un progetto in cemento a vista la prima cosa che chiediamo non è il modello: è il disegno delle casseforme, o almeno lo schema dei pannelli. Senza quello la facciata resta una campitura grigia e ogni discussione sul materiale si sposta alla fine, quando cambiare costa.
La seconda decisione riguarda il numero di viste. Su un edificio in calcestruzzo proponiamo quasi sempre due immagini dello stesso prospetto: una con luce radente, che serve a mostrare il materiale, e una con luce diffusa o di taglio più alto, che serve a leggere il volume e le profondità. Chiedere a una sola vista di fare entrambe le cose è il modo più rapido per ottenere un'immagine che non convince nessuno dei due pubblici.
Poi il metodo è quello di sempre: un render grigio senza materiali per approvare inquadrature e volumi finché correggerli è gratis, e sul brief poche domande precise — a che cosa serviranno le immagini, chi le guarderà, quali file esistono già, quali finiture sono decise. Rendering e modellazione stanno a 39 € l'ora, o 30 € l'ora con un abbonamento continuativo, e su un edificio in calcestruzzo un brief fatto bene vale diverse ore risparmiate per vista.
Le viste esterne sono il luogo in cui tutto questo si decide, e il modo in cui le affrontiamo — sopralluogo fotografico, scelta dell'ora, trattamento del cielo — sta nella pagina dedicata al rendering di esterni. Se ti interessa invece la linea che porta dal béton brut alla grammatica degli edifici a telaio, l'abbiamo seguita nell'articolo su Le Corbusier e i cinque punti. Il quadro completo dei servizi con le relative tariffe sta nella pagina dei servizi, e i lavori già fatti nella galleria.
Hai un edificio in calcestruzzo da mostrare?
Domande frequenti sull'architettura brutalista
Che cos'è l'architettura brutalista?
È una corrente architettonica affermatasi fra gli anni Cinquanta e i primi anni Settanta, riconoscibile perché lascia il calcestruzzo a vista, mostra la struttura invece di rivestirla e compone l'edificio per masse. Non è definita da una forma ma da un atteggiamento: il materiale e il modo in cui l'edificio è costruito restano leggibili, senza intonaco e senza elementi che nascondano i giunti.
Da dove viene il termine «brutalismo»?
Dal francese béton brut, cioè calcestruzzo grezzo: l'espressione con cui Le Corbusier indicava il cemento lasciato come esce dalla cassaforma, usato nell'Unité d'Habitation di Marsiglia fra il 1947 e il 1952. Il termine inglese New Brutalism circola nei primi anni Cinquanta attorno ad Alison e Peter Smithson e viene fissato dal critico Reyner Banham nel 1955. Non deriva dall'aggettivo «brutale».
Quali sono le caratteristiche dell'architettura brutalista?
Cinque segni presi insieme: la superficie porta il segno dello stampo, con venature del legno, giunti dei pannelli e la griglia dei fori dei distanziali; le aperture sono incassate dentro uno spessore invece che forate nel filo del muro; i volumi sono composti accostando corpi distinti, così che il profilo superiore resti irregolare; mancano cornici, davanzali e raccordi di finitura; il colore dell'edificio è quello del materiale.
Quali sono gli edifici brutalisti italiani da conoscere?
L'Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittorio Viganò a Milano (1953-1957), indicato come punto di partenza italiano; la chiesa di San Giovanni Battista di Giovanni Michelucci a Campi Bisenzio (1960-1964); i collegi universitari di Giancarlo De Carlo a Urbino, dal 1962; il Monte Amiata al Gallaratese di Carlo Aymonino e Aldo Rossi a Milano (1967-1974); e i grandi complessi residenziali come il Corviale a Roma, Rozzol Melara a Trieste e lo ZEN 2 a Palermo.
Qual è la differenza fra brutalismo e razionalismo?
Il razionalismo degli anni Venti e Trenta usa il telaio in cemento armato ma lo nasconde sotto intonaco liscio, con volumi netti e superfici bianche: l'edificio sembra leggero. Il brutalismo usa lo stesso telaio e lo espone insieme al peso, lasciando il calcestruzzo grezzo e le tracce del cantiere in vista. Stessa tecnica costruttiva, decisione opposta sulla superficie.
Perché il brutalismo è così controverso?
Perché il calcestruzzo a vista non ha una finitura sacrificale: mostra subito ogni manutenzione mancata, e un edificio trascurato comunica abbandono anche quando è strutturalmente sano. A questo si aggiungono la scala estranea al tessuto storico italiano, prestazioni energetiche pessime per gli standard di oggi e il legame con l'edilizia pubblica degli anni Settanta. Dall'altra parte pesano la qualità degli spazi interni e il costo ambientale di demolire strutture ancora sane.
Perché il calcestruzzo a vista è difficile da rendere in 3D?
Per cinque motivi che si sommano. È un materiale quasi neutro e molto diffusivo, quindi in ombra prende il blu del cielo e il grigio vira. Il segno delle casseforme è un rilievo di pochi millimetri, visibile solo con luce radente e invisibile con sole frontale. Il getto in opera è discontinuo, quindi una texture ripetuta si riconosce subito. I fori dei distanziali disegnano una trama regolare che, quando manca, fa leggere la facciata come una superficie finta. E le colature dell'invecchiamento, se l'edificio esiste già, fanno parte di come viene riconosciuto: toglierle rende l'immagine poco credibile.
